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filosofia e arti marziali
SAKKI
di Randall Hassell 2006

Una delle cose a cui aspirano tutti i seri artisti marziali è l’abilità di percepire sakki, che letteralmente significa “aria di assassinio”. Sakki è una parola usata per descrivere la sensazione, o vibrazione, che proviene da un attaccante appena prima che inizi l’attacco. Si dice che se uno può imparare a percepire questa sensazione, si può eseguire un contrattacco prima che avvenga l’attacco.
In Giappone, la gente dirà persino che certe spade od opere d’arte emanino questa forza misteriosa, ed è molto comune sentire riferimenti a spade che hanno un’”aria di assassinio”, come la famosa lama di re Artù, che egli estrasse dalla roccia.
In occidente, quasi tutti hanno percepito un sakki almeno una volta nella vita. E’ la vaga sensazione di disagio che invade la mente e il corpo senza una particolare ragione quando entriamo in una stanza piena di gente estranea. Qualche volta abbiamo solo la sensazione che “c’è qualcosa di sbagliato qui.” Le madri sono note per il loro misterioso senso di sakki, che si manifesta in loro in chiamate a tarda notte ai figli lontani. “Ho appena avuto una strana sensazione riguardo a te,” dicono. Le madri la chiamano intuizione. Ma in qualunque modo la si chiami, l’abilità di percepire sakki è un ideale avanzato nelle arti marziali, e se una persona potesse veramente sviluppare l’abilità di percepire le cose in questo modo, avrebbe fatto un passo gigantesco verso l’invulnerabilità.
Dopo decenni di allenamento, sono giunto alla convinzione che è possibile sviluppare questa percezione, ma penso anche che ci voglia molto più di un ventennio per coglierne la sostanza.
Nella Japan Karate Association, quasi ogni maestro racconta una storia di sakki ad ogni cintura nera, e sebbene la storia sia attribuita a Masatomo Takagi, vice-presidente della JKA, quando qualcuno gliene chiede ragione, Takagi si limita a sorridere, annuire e dire: “Sì, è vero. E’ successo a tutti noi.”
La storia risale a prima della seconda guerra mondiale. Quando Gichin Funakoshi viaggiava per il Giappone dando dimostrazioni per promuovere il karate, portava con sè un allievo anziano per assisterlo. Era dovere di questo assistente aiutare il maestro nella dimostrazione e occuparsi delle sue esigenze personali. Quando visitavano un club universitario, Funakoshi sedeva da un lato in uno stato di profonda concentrazione e dirigeva le azioni dell’assistente che insegnava in quel corso.
Funakoshi un giorno disse ai suoi assistenti anziani che era difficile per lui allenarsi con continuità perché viaggiava tanto. Perciò, disse, gli anziani dovevano aiutarlo ad allenarsi in modo che anch’egli progredisse nella sua arte.
“Il modo in cui potete aiutarmi,”disse loro, “è questo: in qualsiasi momento, in qualsiasi condizione, semplicemente attaccatemi con un pugno o con un calcio.Se riuscite a colpirmi, vorrà dire che non sono abbastanza consapevole e che devo allenarmi di più.”
Gli allievi non avevano nessuna intenzione di fare nulla del genere, naturalmente, perchè amavano l’anziano maestro e avevano paura di fargli del male. Ma col passare del tempo, dato che nessuno lo attaccava, Funakoshi diventò irritabile. “Vi ho detto di aiutarmi ad allenarmi, e avete disubbidito. Voglio che proviate a colpirmi con pugni e calci. E’ il solo modo in cui posso migliorare.”
Così gli anziani decisero che avrebbero rispettato i suoi desideri, ma avrebbero usato il controllo in modo da non ferirlo.
Un giorno mentre Takagi insegnava in un corso, notò che Funakoshi, che era seduto sull’orlo del tatami, si era appisolato e stava russando lievemente.
“Ecco la mia occasione,” pensò Takagi. “Gli darò un leggero pugno al viso e vedrà che è una cosa sciocca chiederci di farlo.”
Continuando a parlare agli allievi col suo tono di voce normale, Takagi gradualmente si mise alla distanza giusta per colpire Funakoshi che stava russando. Quando fu convinto che il russare del suo maestro era regolare e genuino, improvvisamente scattò e sferrò un pugno velocissimo alla testa dell’anziano.
Senza aprire gli occhi, Funakoshi piegò la testa a destra, evitando abilmente il pugno con almeno dieci centimetri di margine. Aprendo gli occhi, guardò l’allievo sbalordito e disse semplicemente: “Non è abbastanza buono. Devi allenarti di più.” Così dicendo, chiuse gli occhi e presto riprese a russare.
Quando Takagi raccontò e ripetè questa storia agli altri allievi anziani, fu deriso e preso in giro. “Sensei ti stava imbrogliando,” dissero. “Non stava realmente dormendo. Stava giocando con te come il gatto col topo. Nessuno può difendersi quando è addormentato. Prova di nuovo quando non c’è possibilità che sia sveglio, e così possiamo farla finita con questa assurdità.”
L’occasione per Takagi venne non molto tempo dopo, mentre stava accompagnando Funakoshi in un tour dimostrativo. Dopo una dimostrazione e una conferenza in un paese di campagna, Funakoshi si ritirò nella stanza che aveva affittato, e Takagi prese i vestiti dell’istruttore per lavarli. Quando ritornò, sbirciò nella stanza di Funakoshi e vide che era sdraiato sulla schiena e russava, con un braccio sugli occhi.
“E’ perfetto,” pensò Takagi, “Anche se è sveglio, non può vedere attraverso il braccio. Questa volta lo colpirò sicuramente.”
Quando Funakoshi entrò nella stanza e ripose i vestiti di Funakoshi, l’anziano non si mosse. Così Takagi strisciò furtivamente verso di lui e si fermò a circa un metro di distanza. Non percependo alcun movimento in Funakoshi, Takagi cominciò a pensare che la cosa era andata troppo in là. Non voleva colpire l’anziano privo di difesa e inoltre, decise, poteva semplicemente dire al suo maestro la mattina dopo che era stato accanto a lui, aveva sferrato un pugno vicino alla sua faccia, e farla finita.
Mentre Takagi stava lì stringendo i pugni e pensando, Funakoshi improvvisamente disse con una voce forte e chiara: “Takagi, se vuoi tirarmi un pugno, per favore fallo e facciamola finita! Sono anziano e ho bisogno di dormire!”
Si dice che Masatomo Takagi, allora cintura nera quinto Dan, uscì dalla stanza di Funakoshi a grande velocità e non provò mai più ad attaccare il suo maestro.
 
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