ON... il concetto di "dovere" nel Giappone - ACKTI Associazione Culturale Karate-do Tradizionale Italia

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Una delle concezioni base su cui si fonda la società giapponese, tanto complessa dal punto di vista dei rapporti interpersonali è il concetto di dovere, di debito: l’ on ( 恩 ). L’on è sempre apparso un concetto di non facile comprensione, soprattutto se lo si analizza dal punto di vista dell’etica e della morale occidentale. È bene perciò considerare la questione nei suoi aspetti più caratteristici cercando di liberarsi per un istante da quel modo di pensare, da quella forma mentis che la nostra società richiede.

Non vi è una traduzione ben definita del termine “on”, ma esso esprime per lo più la condizione di sentirsi obbligati, in debito. L’assenza di un corrispondente preciso è dovuta al fatto che questa parola assume connotazioni di significato diverse a seconda della situazione in cui si riscontra; può infatti essere tradotto con “obbligatorietà”, “devozione”, “lealtà” o persino “gentilezza”. Ad ogni modo identifica un peso, un obbligo, un debito che si ha verso qualcuno. In tal caso, ripagare questo debito diviene per un giapponese di fondamentale importanza, a volte vitale, poiché ne va del suo stesso onore.

I giapponesi distinguono, in maniera abbastanza complessa, diversi generi di on, a seconda della persona da cui lo si è contratto. Si contrae quindi un debito nei confronti dell’Imperatore (verso il quale i giapponesi nutrono un immenso rispetto e profondo e sincero affetto), del proprio signore, del proprio maestro, dei propri genitori e così via. Il debito dell’on viene contraccambiato, o per meglio dire saldato, tramite i reciproci gimu (義務) e giri (義理).

Entrambi termini traducibili con “dovere da assolvere”, ma ben distinti: il gimu rappresenta la forma più completa di pagamento, assolutamente obbligatoria ed illimitata nel tempo; con questa forma si ricambia il debito nei confronti dell’Imperatore e dei propri genitori (anche attraverso l’educazione da impartire ai propri figli, ad esempio). Il giri è invece considerato come un saldo da effettuare con matematica equivalenza rispetto al favore ricevuto ed è limitato nel tempo; può per questo motivo accumulare interesse a seconda del tempo trascorso sino al suo adempimento. In relazione all’argomento trattato, sposterei maggior attenzione sul “giri-nei confronti-del-proprio-nome”.

Da esso infatti scaturisce il dovere di cancellare il disonore derivante da un’offesa o un insuccesso, il dovere di rispettare le regole di convenienza, come ad esempio mantenere sempre un atteggiamento decoroso e consono alla propria posizione sociale in qualsiasi circostanza, dimostrare un costante autocontrollo e non lasciar trasparire alcuna emozione in occasioni non appropriate.

La relazione tradizionalmente più importante tra quelle espresse dal giri è il rapporto che lega al proprio signore e ai compagni d’arme. Nel Giappone antico esso veniva addirittura ritenuto superiore a quello che oggi si deve all’Imperatore e che al tempo si rivolgeva allo Shōgun. Questa categoria di giri rappresentava il massimo grado di quelle virtù che un samurai dovesse a tutti i costi possedere per essere considerato dalla società, senza alcun dubbio, un uomo d’onore. Poiché il signore feudale (il daimyō) doveva provvedere al mantenimento dei suoi seguaci e guerrieri, quest’obbligo richiedeva la più devota fedeltà al proprio mecenate nei confronti del quale si era debitori di tutto, spesso anche della propria vita. Tuttavia tale codice non era a senso unico: frequenti sono infatti nella storia del Giappone episodi in cui ad un samurai offeso dal proprio daimyō fosse concesso, secondo lo stesso giri, il diritto di abbandonarlo o passare addirittura al nemico. Sia che rimanesse assolutamente fedele al proprio signore o che si vendicasse abbandonandolo in caso di offesa, la condotta del samurai restava ad ogni modo nell’ambito di quanto fosse previsto, per il suo rango, in una simile situazione. In Giappone era ed è tuttora indice di buone maniere e sobria eticità sapersi conformare a ciò che dalla società è ritenuto più consono alle circostanze.

Tuttavia, può spesso accadere che i differenti codici di comportamento di cui si è parlato nei precedenti paragrafi, entrino spesso in conflitto tra loro. Questo accade quando una circostanza può ad esempio richiedere di rispettare due categorie di on ben distinte tra loro. In tal caso, il criterio da adottare è di tipo gerarchico, dando precedenza alla categoria che la circostanza identifica come prioritaria, ma ciò non significa che non si debba assolvere comunque ad entrambi i doveri. Tale atteggiamento è di fondamentale importanza nella collettività giapponese, dove il timore di quello che gli altri possono pensare o dire di determinati comportamenti non previsti da ciò che è stabilito per convenzione condiziona largamente la vita del singolo. Inosservanze del genere sono causa di disonore: si viene accusati di non conoscere il giri e ciò porta a venire isolati, una sorta di morte sociale. Nell’antichità è spesso accaduto che l’unico modo di conciliare e adempiere a doveri in apparente contrasto tra loro fosse la morte, anche a costo di commettere l’ormai celeberrimo suicidio tradizionale giapponese: lo harakiri o seppuku. In altre parole, l’individuo sbaglia nel momento in cui lascia che le passioni prevalgano sugli obblighi cui deve adempiere o si trova nell’impossibilità di saldare un duplice debito.

Come valido aiuto nella comprensione dell’argomento di cui sto trattando citerò l’episodio dei Quarantasette Rōnin, da sempre uno degli atti di eroismo del Giappone dell’epoca samurai (periodo di Edo, 1600-1868) tra i più celebrati dalla letteratura.

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l’episodio dei Quarantasette Rōnin
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