Il concetto di vuoto: Ku e Kara - ACKTI Associazione Culturale Karate-do Tradizionale Italia

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filosofia e arti marziali

KARA E KU: SVUOTARE LA MENTE,
di Randall Hassell

Più di 200 anni fa, il maestro di Zen Kosen, scrisse a mano "Il primo principio" su un grande rotolo di pergamena. Questo rotolo fu usato dai falegnami per tracciare i caratteri su un grande pezzo di legno, che fu poi impresso e appeso sopra il cancello del tempio di Obaku a Kyoto. La targa è appesa ancora oggi sulla porta del tempio, ed è spesso chiamata "il grande capolavoro" dai moderni calligrafi.
Quando Kosen stava lavorando all'opera di calligrafia originale, uno dei suoi allievi anziani, un ragazzo audace che si pensava superiore agli altri, passò di lì per caso. Esaminando l'opera di Kosen, affermò audacemente che era "terribile" e "inadatta per una targa". Un po' irritato dalla critica, Kosen riprovò.
"Orribile," disse l'allievo. "Era migliore la prima."
Controllando la sua collera, Kosen continuò a produrre un carattere dopo l'altro, finchè più di 80 grandi fogli di carta giacquero sparpagliati sul pavimento, nessuno dei quali era abbastanza buono per ricevere l'approvazione dell'allievo.
Condotto sull'orlo della distrazione dall'impertinenza del giovane, la calligrafia di Kosen cominciò a sembrare dilettantesca.
“Non ne posso più,” sospirò l’allievo. “Esco per bere un po’ d’acqua, e poi torno.”
“Questa è la mia occasione,” pensò Kosen. “Farò questa calligrafia senza l’approvazione di quel sapientone!” Concentrandosi sulla carta, Kosen immerse il pennello nell’inchiostro e con la mente completamente libera dalla distrazione del suo allievo, scrisse rapidamente “Il primo principio.”
Proprio allora l’allievo tornò. Guardando la calligrafia, si inchinò profondamente a Kosen, dicendo: “Questo è un grande capolavoro!”
Questa famosa storia di Kosen e del Primo principio è stata probabilmente raccontata più di qualunque altra dai maestri Zen ai loro allievi negli ultimi 200 anni. Non è sorprendente, perché è una semplice e perfetta illustrazione di mushin – la condizione della mente chiara, vuota, senza turbamenti ricercata da tutti i devoti dello Zen. In uno stato di mushin, a quanto si dice, si può reagire naturalmente a ogni situazione o azione, percependo intuitivamente il vero senso della situazione o dell’atto, senza pensarvi consciamente.
Per i guerrieri samurai, l’idea di rispondere naturalmente, con calma ed efficienza, con una mente sgombra da distrazioni o pensieri di paura, era ovviamente un’idea molto attraente. Li rendeva capaci di fronteggiare i loro nemici con coraggio e, a quanto credevano, di muoversi in accordo col flusso dell’universo. In breve, li rendeva invincibili.
Quando Funakoshi era sul punto di morire, lasciò ai suoi allievi 20 precetti che, come disse loro,contenevano tutti i “segreti”del karate. Quello che i suoi seguaci hanno imparato è che i 20 precetti sono senza tempo, talvolta poco chiari, e sempre impegnativi. Funakoshi, naturalmente, è l’uomo che visse tutta la vita secondo la massima “Lo scopo ultimo dell’arte del karate non consiste nella vittoria o nella sconfitta, ma nella perfezione del carattere dei praticanti.”
Chiaramente, Funakoshi voleva che i suoi seguaci cercassero significati più profondi nella loro arte, e non si accontentassero della sola abilità fisica. Il suo precetto. “Kokoro wa hanatan koto wo yosu” ossia “Sii sempre pronto a liberare la tua mente” è una buona illustrazione di uno dei “segreti” del karate-do che non è sempre evidente nei moderni tornei ed esibizioni. Come la storia di Kosen, è un’illustrazione del “Primo principio”.
Prima del 1936, i caratteri giapponesi che rappresentavano il karate era scritti con un carattere per kara che poteva anche essere pronunciato “T’ang” o “to”, e si riferiva alla dinastia cinese dei T’ang. Quindi il karate era l’arte delle “mani cinesi”. Ma Funakoshi decise che gli abitanti di Okinawa erano stati troppo ansiosi di chiamare cinese l’arte, e che ora era chiaramente giapponese nella sua natura.Inoltre.Funakoshi credeva fermamente che il karate fosse un do, una via da seguire per una vita corretta, gratificante e appagante.
Nello sforzo di correggere l’interpretazione errata del karate come arte cinese e allo stesso tempo per indicare più chiaramente la natura dell’arte come stile di vita, Funakoshi cambiò il carattere per “kara” da T’ang a ku. Ku si pronuncia anche kara, e si trova nello Hannya Shingyo, un sutra buddhista che contiene la frase “Shiki soku ze ku, ku soku ze shiki”. In questa frase è contenuta l’essenza del karate-do, lo stile di vita della mano vuota. Letteralmente significa: “La forma diventa vuoto, il vuoto diventa forma.” Shiki è la forma visibile, fisica di una cosa. E’ l’apparenza esteriore di qualsiasi cosa, ad esempio una tecnica o un kata.
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Ku è un termine simile al "mu" di mushin, e significa vuoto. Ma mu è un termine specifico associato ai processi di pensiero della mente, mentre ku si riferisce più generalmente allo stato dell'esistenza, senza tener conto della forma. Ku riconosce l'esistenza, ma descrive un'assenza di forma in quell'esistenza. Ku è difficile da descrivere, ma facile da percepire. Per esempio, mentre ci dedichiamo alle nostre faccende quotidiane, concentrandoci sul nostro lavoro o sugli studi o su qualsiasi altra cosa, c'è un processo più ampio che ha luogo tutto intorno a noi, che non analizziamo mai, ma notiamo e accettiamo. Il processo più ampio è il cambio delle stagioni. Mentre la primavera si trasforma in estate, la temperatura sale e un giorno ci accorgiamo che fuori fa caldo in modo sgradevole. Quando l'estate si trasforma in autunno e poi in inverno, siamo consapevoli dei cambiamenti nella temperatura, e improvvisamente ci rendiamo conto che fa freddo. Se andiamo a letto in una notte serena, potremmo essere sorpresi di svegliarci al mattino e scoprire che è caduta una fitta nevicata. Questo cambiamento da una stagione all'altra è ku; le stagioni e i cambiamenti chiaramente esistono, ma non si basano su azioni consapevoli. Non contribuiamo ai cambi di stagione con la nostra consapevolezza, e le stagioni stesse non sono "consapevoli" dei propri cambiamenti. Il processo di cambiamento da una stagione all'altra non ha uno shiki, una forma visibile, ma questo processo chiaramente esiste lo stesso.

Nel karate-do, il significato di kara (ku) è lo stesso. Per esempio, quando gli studenti imparano un kata, devono concentrarsi sui movimenti, immergendosi completamente nella cosciente attenzione ad ogni dettaglio. Si richiede una grande quantità di pensiero cosciente, e si deve prestare totale attenzione a shiki, la forma fisica del kata. Dopo molte ripetizioni, tuttavia, gli allievi non pensano tanto consapevolmente alla natura fisica dei movimenti; i movimenti diventano più naturali e il corpo ricorda la sequenza. La forma (shiki) sta diventando vuoto (ku). Shiki soku ze ku.

Dopo migliaia di ripetizioni (Funakoshi pensava che per padroneggiare un kata fossero necessari almeno tre anni di pratica costante), il kata diventa parte della natura dello studente. Quando guardiamo i maestri eseguire un kata, qualche volta abbiamo la sensazione che si muovano in un altro piano dell'esistenza. Non stanno più facendo il kata; il kata "si sta facendo" sul loro corpo. Nessun pensiero cosciente viene dedicato alla forma fisica del kata. Questo completo vuoto (ku) è lo stesso vuoto coinvolto nel cambio delle stagioni. Nessun pensiero coscio entra in gioco, e lo shiki (le diverse stagioni o le tecniche del kata) viene espresso attraverso questo vuoto. Ku soku ze shiki.

Nel kata Kanku dai, i primi movimenti sono rappresentazioni visive di shiki soku ze ku, ku soku ze shiki. Le mani si muovono insieme e si sollevano sopra la testa per guardare il cielo, poi si separano muovendosi in un ampio arco per ricongiungersi davanti al centro del corpo. Insieme sono forma, separate sono vuoto. Poi si riuniscono. La forma diventa il vuoto, il vuoto diventa forma.

Nella tradizione Zen, agli allievi si insegna che shiki soku ze ku, ku soku ze shiki significa che il positivo diventa negativo, il caldo diventa freddo, la vincita diventa la perdita, e così via. La frase è un'espressione della convinzione che l'universo è in un equilibrio dinamico e in un costante stato di fluttuazione tra le sue polarità.

Nel karate-do, l'espressione della forma attraverso il vuoto si può trovare solo nel processo di esecuzione ripetuta delle tecniche. I combattenti moderni spesso dicono "Pratica questa o quella tecnica finché non diventa la tua seconda natura." Ma nella sua manifestazione suprema, la tecnica che è stata allenata migliaia di volte non è affatto una "seconda natura". E' in realtà una rappresentazione esteriore (shiki) della manifestazione del vuoto (ku) dell'esecutore. Ku soku ze shiki.

Il beneficio di questo stato della mente nel combattimento libero, o in un combattimento reale, è che la mente non deve pensare alla situazione né escogitare una strategia per un tipo di avversario o per un altro. Nel momento della crisi i praticanti che si sono allenati rigorosamente per acquisire questo stato si limiteranno a "liberare la mente" scacciando tutti i pensieri coscienti, permettendo alle tecniche che hanno allenato così spesso di venir eseguite per mezzo del loro corpo. Qualunque cosa faccia l'avversario, la risposta del praticante sarà appropriata e forte, e spesso sembrerà che la risposta preceda l'attacco. Abbiamo tutti sentito parlare di maestri che "sembrano sapere prima di me quello che voglio fare", e la ragione è shiki soku ze ku, ku soku ze shiki.

Non possiamo attaccare con successo una persona simile più di quanto possiamo impedire alla neve di cadere colpendo il cielo con un pugno. E' impossibile attaccare il vuoto.
 
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