Keiko Wakabayashi Doshu: i principi universali delle arti marziali - i Samurai e il "Ni sente nashi"... - ACKTI Associazione Culturale Karate-do Tradizionale Italia

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Keiko Wakabayashi Doshu: i principi universali delle arti marziali - i Samurai e il "Ni sente nashi"...

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Onna-Bugeisha: Il Samurai femminile nel Giappone antico e moderno
Claudio Pira / 2 febbraio 2016
Lo stereotipo del Giappone, l’uomo armato di katana che trapassa con la sua lama i corpi dei nemici, è ormai affermato in tutto il mondo. Complice la tradizione cinematografica, il suo ruolo ed il suo aspetto, assieme a quello di molte altre figure tradizionali (i ninja in primis) è stato snaturalizzato e ha perso la sua reale importanza storica. Quel che più sorprende è che tale strumentalizzazione occidentale del samurai riguarda soprattutto la caratteristica sessuale della figura. Essa ha chiuso le porte a tutte quelle testimonianze storiche che vedevano esistere, oltre all’affermato samurai uomo, il samurai femminile, ovvero l’ Onna-bugeisha” (女武芸者). Durante l’Epoca Sengoku (1400-1600 circa) ed anche durante le precedenti (Periodo Heian e Kamakura, dal 900 al 1300 circa), il Giappone fu continuamente attraversato da scontri armati, invasioni e lotte di potere (c’è un motivo per cui venne chiamato periodo degli stati belligeranti) e trovare combattenti maschi ogni giorno era davvero complicato, considerando che essi non rappresentavano nemmeno la metà della popolazione totale.




Onna-bugeisha con naginata

Nacque quindi l’esigenza di trovare un combattente, andando anche a cercare oltre il genere maschile. In questo periodo, infatti, le mogli dei Samurai in continua lotta, passavano gran parte delle giornate contando solo sulle proprie forze e ciò le rese davvero abili nell’arte della sopravvivenza, personale e familiare, arrivando a gestire in toto anche le finanze della propria casa, acquisendo grande prestigio sociale. Ogni Daimyo (una sorta di grande feudatario per noi occidentali) fondò un proprio stato, in guerra con tutti gli altri, armato con un proprio esercito, formato da migliaia di uomini, spesso contadini reclutati nei propri appezzamenti. Le guerre sempre più cruente e devastatrici aumentavano nel corso degli anni e alla fine del 1550.
Perciò anche alle donne venne concesso di allenarsi nella pratica delle arti marziali giapponesi e questo fattore diede l’input essenziale per un nuovo genere di combattente, il Samurai femminile. L’arma principale che utilizzavano queste guerriere era la famosa “naginata”, una sorta di lancia, composta da una lama di lunghezza variabile, micidiale nei combattimenti corpo a corpo. Essa riusciva a tenere a bada tutte le figure che si paravano davanti a lei, compresi soprattutto gli uomini di statura superiore alle donne. La prestanza fisica costituì il vero “tallone d’achille” imposto dalla natura, il quale ha fatto sì che il genere femminile diventasse col tempo sempre più sottomesso a quello maschile. Spesso quindi, grazie all’utilizzo di un’arma come il naginata, le Donne Samurairaggiungevano in battaglia gli uomini e onoravano la loro famiglia, il loro clan, il loro Daimyo.





Foto originale di Nakano Takeko





















Esistono svariati esempi di eroine femminili in Giappone e molte di esse risultano essere vere e proprie Samurai con naginata. La più famosa è senza dubbio Tomoe Gozen (1161-1184), le cui vicende ci provengono dalle numerose novelle e leggende a lei dedicate, nonchè dall’opera Heike Monogatari , poema epico che risale al periodo dello Shogunato Kamakura e che raccoglie il ciclo di cronache belliche della guerra tra i Minamoto e i Taira. Legata al generale Minamoto Yoshinaka, Tomoe Gozen ebbe un ruolo di certo non marginale durante la Guerra dei Genpei tra i clan Taira e Minamoto nel 1180-1185, grazie alle sue straordinarie doti marziali, al suo lignaggio e al suo impetuoso coraggio di guerriera.
Ma anche facendo un salto di secoli ed approdando “quasi” ai giorni nostri, alle soglie del 1900, si possono trovare ancora figure di donne-Bushi che della propria temeraria fierezza hanno lasciato molto più che delle leggende. Fra queste spicca quella di Nakano Takeko. Nel 1868, durante la battaglia di Aizu nella Guerra Boshin (combattuta dai sostenitori dello shogunato Tokugawa e i fautori della restaurazione dell’imperatore Meiji), Nakano Takeko, proveniente dal clan Aizu, è stata reclutata per diventare capo di un corpo femminile che ha combattuto contro l’assalto dei 20.000 uomini dell’Esercito Imperiale del Giappone. Essa, pur essendo altamente qualificata nell’uso del naginata, riuscì a condurre il suo corpo di circa 3.000samurai Aizu in una battaglia troppo squilibrata per qualsiasi generale. Durante il combattimento, ella si lanciò contro le linee nemiche, uccidendo con il suo naginata un elevato numero di guerrieri, prima di essere colpita al torace da un colpo di fucile. Ferita, ma non ancora sconfitta, Nakano Takeko chiese alla sorella Yuko di tagliarle la testa, per evitare di finire nelle mani del nemico.




L’originale armatura del Samurai femminile

Sono interessanti anche gli studi, realizzati solo in tempi recenti, della particolare armatura dei Samurai femminili. Essi hanno scoperto notevoli differenze rispetto a quelle armature più tradizionali maschili: Infatti, la dimensione del kabuto (protezione del casco) è notevole rispetto alla dimensione del do (corazza), sostanzialmente più grande e meno profonda. Questo allargamento della dimensione del casco può essere attribuito al fatto che donne guerriere avevano più capelli di quanto ne avessero le loro controparti maschili e quindi necessitavano di più spazio.
Inoltre, a differenza di un’armatura haramaki che normalmente richiede assistenza per essere indossata, questa armatura può essere indossata senza aiuto dal retro, simile a un vero kimono femminile. La piastra del seno può essere facilmente regolata e il design permette alle donne guerriere di rimuoverla quando necessario. Inoltre, l’inverso del do (il retro, composto di piccole placche) è ricoperto di pelle di daino, non solo per abbellire ogni aspetto dell’armatura, ma anche per consentire alla corazza, simile ad un kimono di seta, di rimanere intatta quando viene indossata. Dietro questa straordinaria finitura del do inverso doveva esserci l’intenzione di presentare una donna guerriera come fosse una nobildonna con un kimono prezioso. Il kote (armatura della manica) inoltre esibisce un’altra caratteristica femminile. Generalmente, un koteha una copertura su tutte e cinque le dita, tuttavia, quello di questa armatura non ha nessuna copertura sui pollici. Questo si spiega per il fatto che le donne hanno generalmente una presa più debole della loro controparte maschile e, tale disegno, consente alle guerriere di avere una presa più salda delle loro spade.





Esempi di maedate

Infine, il maedate (zona di protezione esterna dell’elmo) ha un bon-ji(cresta dell’elmetto) con una mezzaluna in oro, che simboleggiaDaikokuten, la divinità custode di colui/colei che indossa un’armatura. Daikokuten è conosciuta come dea della battaglia e della guerra nel Buddhismo, mentre in Giappone sin dal periodo Heian è stata considerata una divinità della casa e della famiglia. Una divinità domestica sembra essere appropriata per una donna guerriera. Daikokuten in Giappone è anche associata alla ricchezza e alla prosperità.
Questo grande maedate nasconde le dimensioni del casco ed esibisce l’orgoglio e la consapevolezza di essere una donna guerriera, un vero e proprio Samurai al pari degli uomini, ma efficiente sia in famiglia che in guerra. Due importanti compiti che, uniti insieme, non risultano poi così facili da portare a termine ai nostri occhi…









 
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