Kata: sportivo e tradizionale differenze - ACKTI Associazione Culturale Karate-do Tradizionale Italia

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Kata: sportivo e tradizionale differenze

la tecnica
di Kenji Tokitsu tratto da “Storia del Karate” ed. Luni

Uno dei problemi della pratica dei kata deriva dall'ambiguità del significato che veicolano. Esistono
tre categorie di kata, che vengono generalmente confuse: rintò-gata (kata per il combattimento), hyôen-gata
(kata dimostrativo) e rentan-gata (kata energetico). Nei kata moderni queste categorie sono più o meno
mescolate, e si ritrovano elementi dei rintô-gata anche nelle altre due. Si dice spesso che si esegue, o meno,
il bunkai (applicazione) di un kata. Ma, già in origine, l'applicazione in combattimento non era possibile che
per una categoria: i rintô-gata. Per gli altri due, anche se girate e rigirate la maggior parte dei gesti di un
kata, difficilmente emergerà un'applicazione soddisfacente. Dico un'applicazione soddisfacente, perché
possiamo giustificare qualsiasi tecnica, se il partner è d'accordo. Basta vedere quante tecniche aberranti
fioriscono partendo dai kata dietro il pretesto dell'applicazione, o bunkai. Ricordiamoci la nozione,
interessante ma incompiuta, di heishu-gata di C. Miyagi.
Il problema attuale è che la ricerca dei movimenti efficaci non fa parte dei criteri di giudizio delle
competizioni di kata. Non avete nessuna possibilità di vincere eseguendoli così. Se volete vincere, occorre
praticare i kata nel modo ufficializzato, in cui l'aspetto figurativo prevale sull'efficacia in combattimento.
Ecco una delle contraddizioni del karate moderno, ed è qui che si situa un punto di divergenza tra il karate
sportivo e il karate-budò.
Siamo quindi costretti a constatare che l'ufficializzazione della forma dei kata non
corrisponde a un arricchimento delle tecniche, ma che, per mezzo della semplificazione che realizza,
permette di giudicare le tecniche senza che sia necessario capirne il significato. Questa semplificazione
permette di effettuare competizioni di kata sul modello della ginnastica, dove tutti i criteri sono relativi alla
forma del gesto; non è perciò più necessario immaginare un avversario e ricercare l'efficacia nei suoi confronti.
Se questo tipo di pratica corrisponde a una forma equivalente a quella della ginnastica artistica, è
fuori luogo criticarla dal punto di vista dell'arte marziale, e dobbiamo riconoscere il suo valore di creazione
espressiva contemporanea.
Oggi si impone una distinzione tra la ricerca di efficacia reale e l'espressione marziale sportiva. La ricerca
dell'efficacia rinvia alla molteplicità e alla finezza delle tecniche che corrispondono alle varie situazioni di
combattimento, cosa che tiene conto della pluralità delle idee, delle tecniche e degli stili, così come dei
cambiamenti legati all'avanzare dell'età. L'espressione marziale sportiva, invece, rinvia a una pratica
sportiva codificata, in cui la semplicità dei criteri facilita gli incontri e la formazione dei giudici. E
necessario afferrare bene che tutti e due i modi di praticare esistono nel karate contemporaneo e hanno
ciascuno il proprio valore. Benché le due forme di karate siano simili in apparenza, le competenze richieste
nell'uno e nell'altro campo non sono necessariamente le stesse; possono essere molto differenti. La
confusione tra questi due campi conduce a discussioni sterili e a polemiche infruttuose, e ha per risultato di
bloccare le prospettive di numerosi karateka.
Se si vuole sbloccare la situazione, la soluzione è semplice. Basta stabilire la distinzione tra le due forme di
karate, fatto che permette a ciascuna di orientarsi efficacemente per realizzare ciò che cerca nel karate,
facilitando agli adepti il passaggio dall'una all'altra. Sono convinto che finché questa distinzione non sarà
stabilita non potremo sbarazzarci dell'ambiguità nella pratica del karate. Ciascuna delle due forme richiede
conoscenze specifiche. Il problema non è dire qual è il vero karate - se il karate sportivo o il karate-budò: le
due forme esistono e devono coesistere, senza predominio dell'una sull'altra, ma con una coscienza chiara
della distinzione.
È un problema di oggi, al quale i maestri e adepti del passato non avrebbero nemmeno potuto pensare. La
storia ci mostra che il karate è un fenomeno culturale e storico che si modifica con le caratteristiche di
un'epoca. Dobbiamo affrontare i nostri problemi, per i quali non esistono necessariamente riferimenti nei
passato. Abbiamo visto che Sakugawa, Matsumura, Itosu, Higaonna, Funakoshi... hanno vissuto tutti con
passione, facendo fronte ai problemi della loro epoca. Essi ci fanno prendere coscienza che siamo, anche
noi, immersi nel grande fiume della storia del karate che continuerà dopo di noi. Abbiamo anche visto che
l'aspettativa è forte per chi si dedica alla Via del karate. Se si vuole vivere pienamente il karate, è necessario
essere coscienti dei valori che dobbiamo difendere e a partire dai quali possiamo creare.
 
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