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Hagakure, il libro dei samurai....

filosofia e arti marziali
HAGAKURE
Il cosiddetto libro del samurai

Il libro che in originale consta di 11 volumi non è mai stato tradotto integralmente in lingua italiana, a causa del fatto che molte delle sue parti si riferiscono così specificamente alla cultura giapponese da risultare ostiche alla lettura da parte di un pubblico occidentale: sono perciò state operate delle scelte da parte dei curatori delle varie edizioni.
Hagakure, più correttamente Hagakure Kikigaki (葉隠聞書) sta per "pensieri all'ombra delle foglie" oppure "pensieri nascosti dalle foglie".
L’opera è composta da undici volumi dei quali solo il primo ed il secondo contengono i precetti veri e propri, mentre negli altri si parla delle gesta del daimyō e dei samurai appartenenti al feudo di Saga e ad altri.
Derivante dall’unione di 葉 – ha, “foglia”– e 隠れ – kakure, nominalizzazione del verbo 隠れるkakureru “nascondersi”– il termine “Hagakure” è stato tradotto appunto come “nascosto tra le foglie”.
L'opera trasmette l'antica saggezza dei samurai sotto forma di brevi aforismi dai quali emerge lo spirito deontologico del servitore/guerriero con la differenza di rivolgersi al Rōnin che può venire a trovarsi, per una serie di vicissitudini che non dipendono dalla sua volontà, senza un Signore da servire. Di fatto è la trascrizione di pensieri, precetti e massime del samurai Jōchō Yamamoto, operata da un suo discepolo. Jōchō visse a cavallo tra il XVII e il XVIII secolo e dopo la morte del suo signore (il daimyō del feudo di Saga - Saga Han), per fedeltà il samurai avrebbe voluto compiere il suicidio cioè il Junshi (殉死) cioè di seguire la morte del proprio signore -a volte inteso come suicidio attraverso la fedeltà, specie quando il Daimyo era perito in battaglia o quando veniva ucciso.
Invece, il successore al governo del feudo vietò tramite un severo editto che tali atti avessero luogo e Jōchō allora decise di allontanarsi dalla società, costruendosi una capanna di foglie ed intraprendendo una vita da eremita. Ovviamente sono state avanzate diverse ipotesi sulle ragioni di un tale significato, ma la più comune è quella relativa alla rinuncia al mondo che Jōchō scelse, vivendo rintanato in una capanna di foglie; luogo, tra l’altro, dove egli dettò i suoi insegnamenti.
L’opera fu accessibile a pochi eletti sino alla seconda metà del 1800, ma al grande pubblico venne estesa soltanto in occasione di quei fervori nazionalistici che accompagnarono la partecipazione del Giappone alla Seconda Guerra Mondiale. Dalle squadre suicide kamikaze venne poi adottato in qualità di codice di condotta del guerriero, considerato valido per l’epoca moderna come per quella antica senza alcun bisogno di adattamento. L’eroe che solitario si scaglia contro i nemici, di gran lunga superiori, appartiene a quella tradizione giapponese che vuole il prode spinto a combattere sino allo stremo delle forze; egli è sorretto soltanto dalla cieca fede in una causa che, anche se disperata, è per lui assolutamente giusta.
L’eroe sceglie spontaneamente di perseguire un obiettivo al di sopra delle capacità umane, un cammino che la ragione ed il buon senso giudicherebbero assurdo e da pazzi intraprendere: inevitabilmente esso condurrà alla morte. Questo è il destino dell’eroe, più precisamente del guerriero/servitore: il samurai ( 侍 ). Il tema principale del testo è la morte, o meglio "il vivere come se si fosse già morti", non come semplice estinzione della vita, piuttosto come senso psicologico dell'eliminazione dell'io. La morte e la follia, unite insieme nel termine “shinigurui” (da 死ぬ – shinu, “morire” - e 狂い – kurui, “folle”) esprimono la concezione che il guerriero deve giungere alla morte eroica liberandosi dall’individualismo e dalla ragione; queste, imponendo prudenza ed il perseguire gli interessi personali, lo condurrebbero ad una disonorevole preservazione della propria esistenza. L’eroe deve giungere alla “follia di morire”.
“Ho scoperto che la Via del Samurai è la morte” e ancora “Per essere un perfetto samurai è necessario prepararsi alla morte da mane a sera, giorno dopo giorno” sono parti di una stessa massima tra le più note dello Hagakure. Ogni giorno il guerriero deve meditare sulla propria morte, su tutti i possibili modi con cui essa possa sopraggiungere; la costante e profonda meditazione fa sì che il samurai sia sempre in guardia, automaticamente pronto ad accoglierla quando verrà il momento, agendo con sangue freddo e fermezza di spirito.
Nessun timore, nessuna esitazione potranno distoglierlo dal suo obiettivo di morire perché il guerriero sarà già preparato ad affrontare le circostanze nel modo più consono alla sua posizione e a ciò che è giusto fare; egli si è ormai liberato da quell’individualismo generato dal raziocinio, giungendo alla più assoluta imperturbabilità che sola può condurlo alla risoluzione istintiva, senza alcuna mediazione dell’intelletto che porterebbe ad agire erroneamente. Non stupisce quindi come, nel corso della Seconda Guerra Mondiale, lo Hagakure sia divenuto il breviario, il vademecum del kamikaze. Doveva ispirare al combattente suicida quella ricerca e quel culto della morte finalizzati all’onore e all’impresa eroica, doveva trasformarlo in un moderno samurai. L’antico guerriero giapponese imparava a “considerare la vita più leggera di una piuma” e a sottomettere ogni desiderio, anche quello innato della sopravvivenza, a ciò che era giusto fare.
La morte, costantemente meditata e preparata con estrema cura, diveniva un deliberato atto di volontà, stendardo di onore per l’animo nobile che si trovasse senza alcuna via di scampo a cadere sconfitto nelle mani del nemico. Si legge nello Hagakure: “Un samurai che non sia pronto a morire in qualsiasi momento morrà, inevitabilmente, di morte ignominiosa. Invece il samurai che vive la sua vita in costante preparazione alla morte, come potrebbe mai comportarsi in modo indegno?” E ancora “Non si possono compiere imprese egregie con una forma mentis normale. Bisogna diventar fanatici e farsi prendere dalla mania di morte”.
Il suicidio diviene, a questo punto, il rifiuto di riconoscere e sottomettersi alla supremazia del vincitore, cosa questa che getterebbe il disonore sul guerriero, sulla sua famiglia ed il suo signore – tutte entità alle quali il samurai era indissolubilmente legato dagli obblighi di riconoscenza impostigli dall’ON. Se considerato sotto questa luce, il suicidio appare quindi lontano dal rappresentare una comoda e vile scappatoia. Si rivela un atto di pura volontà: la volontà di rifiutare la vita e morire liberamente. Cadere in battaglia o commettere suicidio se si sopravvive è ugualmente onorevole. La forma tradizionale del suicidio, il seppuku, rappresenta poi la suprema espressione del libero arbitrio umano, finalizzato a preservare il proprio onore, da sempre principio motore ed ispiratore nella civiltà giapponese.
Ad ogni modo, lo Hagakure non è semplicemente un manuale per suicidi, in quanto fornisce anche massime morali e consigli di ordine pratico sull’atteggiamento più consono che un samurai deve assumere in diverse circostanze. Non è soltanto, quindi, un libro solo sulla morte, ma una riflessione sulla vita; ne è eloquente esempio la massima “La vita umana non dura che un istante. Si dovrebbe trascorrerla a far quello che piace. A questo mondo, fugace come un sogno, vivere nell’affanno facendo solo ciò che dispiace è follia”.
Suonerà allora come l’equivalente giapponese del carpe diem, “cogli l’attimo”: sfruttare al meglio ogni circostanza, godere della bellezza di ogni cosa che si presenta, perché la vita umana è breve e occorre trascorrerla nel modo più piacevole.
Sembrerebbe quindi una contraddizione in termini, ma il vero significato è apprezzare a fondo anche le cose più semplici della vita proprio perché è necessario essere pronti a rinunciarvi all’istante, morendo onorevolmente quando il codice del samurai lo richiede. Vita e morte appaiono quindi come due facce della stessa medaglia.
Nello Hagakure emerge spesso un’accesa critica da parte di Jōchō ai mutamenti e alla degenerazione del Giappone dell’epoca. I temi frequenti riguardano l’eccessiva attenzione all’estetica, il gusto per il lusso e la stravaganza, l’effeminarsi dell’uomo, la predilezione per la futilità, la perdita delle tradizioni e dei valori morali sostituiti dal materialismo e dall’ambizione economica. Tutti mali che cominciarono ad affliggere la società giapponese già dal XVIII secolo.
Per contro, il Il Bushido (武士道 la via o la morale del guerriero, il Bushi) è un codice di condotta molto più antico e un modo di vita – simile al concetto europeo di cavalleria e a quello romano del mos maiorum. Ispirato alle dottrine del buddhismo e del confucianesimo adattate alla casta dei guerrieri il Bushido esigeva il rispetto dei valori di onestà, lealtà, giustizia, pietà, dovere e onore, i quali dovevano essere perseguiti fino alla morte. Il venir meno a questi princìpi causava il disonore del guerriero, che espiava la propria colpa commettendo il seppuku, il suicidio rituale.
Sopra si è introdotto il concetto di ON (恩). L’ON è sempre apparso un concetto di non facile comprensione, soprattutto se lo si analizza dal punto di vista dell’etica e della morale occidentale. È bene perciò considerare la questione nei suoi aspetti più caratteristici cercando di liberarsi per un istante da quel modo di pensare, da quella forma mentis che la nostra società richiede.
Non vi è una traduzione ben definita del termine “ON”, ma esso esprime per lo più la condizione di sentirsi obbligati, in debito. L'assenza di un corrispondente preciso è dovuta al fatto che questa parola assume connotazioni di significato diverse a seconda della situazione in cui si riscontra; può infatti essere tradotto con “obbligatorietà”, “devozione”, “lealtà” o persino “gentilezza”. Ad ogni modo identifica un peso, un obbligo, un debito che si ha verso qualcuno. In tal caso, ripagare questo debito diviene per un giapponese di fondamentale importanza, a volte vitale, poiché ne va del suo stesso onore.
I giapponesi distinguono, in maniera abbastanza complessa, diversi generi di ON, a seconda della persona da cui lo si è contratto. Si contrae quindi un debito nei confronti dell’Imperatore (verso il quale i giapponesi nutrono un immenso rispetto e profondo e sincero affetto), del proprio signore, del proprio maestro, dei propri genitori e così via.
Il debito dell’ON viene contraccambiato, o per meglio dire saldato, tramite i reciproci Gimu (義務) e Giri (義理). Entrambi termini traducibili con “dovere da assolvere”, ma ben distinti: il Gimu rappresenta la forma più completa di pagamento, assolutamente obbligatoria ed illimitata nel tempo; con questa forma si ricambia il debito nei confronti dell’Imperatore e dei propri genitori (anche attraverso l’educazione da impartire ai propri figli, ad esempio). Il Giri è invece considerato come un saldo da effettuare con matematica equivalenza rispetto al favore ricevuto ed è limitato nel tempo; può per questo motivo accumulare interesse a seconda del tempo trascorso sino al suo adempimento. In relazione all’argomento trattato, è bene spostare e porre maggior attenzione sul “Giri-nei confronti-del-proprio-nome”.
Da esso infatti scaturisce il dovere di cancellare il disonore derivante da un’offesa o un insuccesso, il dovere di rispettare le regole di convenienza, come ad esempio mantenere sempre un atteggiamento decoroso e consono alla propria posizione sociale in qualsiasi circostanza, dimostrare un costante autocontrollo e non lasciar trasparire alcuna emozione in occasioni non appropriate.
La relazione tradizionalmente più importante tra quelle espresse dal giri è il rapporto che lega al proprio signore e ai compagni d’arme. Nel Giappone antico esso veniva addirittura ritenuto superiore a quello che oggi si deve all’Imperatore e che al tempo si rivolgeva allo Shōgun. Questa categoria di Giri rappresentava il massimo grado di quelle virtù che un samurai dovesse a tutti i costi possedere per essere considerato dalla società, senza alcun dubbio, un uomo d’onore. Poiché il signore feudale (il Daimyō) doveva provvedere al mantenimento dei suoi seguaci e guerrieri, quest’obbligo richiedeva la più devota fedeltà al proprio mecenate nei confronti del quale si era debitori di tutto, spesso anche della propria vita. Tuttavia tale codice non era a senso unico: frequenti sono infatti nella storia del Giappone episodi in cui ad un samurai offeso dal proprio Daimyō fosse concesso, secondo lo stesso Giri, il diritto di abbandonarlo o passare addirittura al nemico. Sia che rimanesse assolutamente fedele al proprio signore o che si vendicasse abbandonandolo in caso di offesa, la condotta del samurai restava ad ogni modo nell’ambito di quanto fosse previsto, per il suo rango, in una simile situazione. In Giappone era ed è tuttora indice di buone maniere e sobria eticità sapersi conformare a ciò che dalla società è ritenuto più consono alle circostanze.
Tuttavia, può spesso accadere che i differenti codici di comportamento di cui si è parlato nei precedenti paragrafi, entrino spesso in conflitto tra loro. Questo accade quando una circostanza può ad esempio richiedere di rispettare due categorie di On ben distinte tra loro. In tal caso, il criterio da adottare è di tipo gerarchico, dando precedenza alla categoria che la circostanza identifica come prioritaria, ma ciò non significa che non si debba assolvere comunque ad entrambi i doveri. Tale atteggiamento è di fondamentale importanza nella collettività giapponese, dove il timore di quello che gli altri possono pensare o dire di determinati comportamenti non previsti da ciò che è stabilito per convenzione condiziona largamente la vita del singolo. Inosservanze del genere sono causa di disonore: si viene accusati di non conoscere il giri e ciò porta a venire isolati, una sorta di morte sociale.
Nell’antichità è spesso accaduto che l’unico modo di conciliare e adempiere a doveri in apparente contrasto tra loro fosse la morte, anche a costo di commettere l’ormai celeberrimo suicidio tradizionale giapponese: lo harakiri o seppuku. In altre parole, l’individuo sbaglia nel momento in cui lascia che le passioni prevalgano sugli obblighi cui deve adempiere o si trova nell’impossibilità di saldare un duplice debito.
Come valido aiuto nella comprensione dell’argomento è conveniente citare l’episodio dei Quarantasette Rōnin, da sempre uno degli atti di eroismo del Giappone dell’epoca samuraica (periodo di Edo, circa 1600-1868) tra i più celebrati dalla letteratura nipponica.


Riccardo Donati
 
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