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cosa è..."Tradizionale"

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Il KARATE TRADIZIONALE....il KARATE MODERNO.... il KARATE

Koryū (古流), ha il significato di scuola tradizionale (o anche di scuola antica) e fa riferimento specificatamente a quelle arti marziali giapponesi antecedenti l’era Meiji (1868), oppure all’editto Haitōrei del 1876 (editto imperiale che vietava di portare in pubblico le spade). E, mediamente, nel Paese del Sol Levante, c’è un certo dibattito (ma non così esasperato come qui da noi) circa il suffisso e classificazione di “Tradizionale” e di “Moderno”. Comunque, si può ragionevolmente ritenere che lo scopo primario delle Koryu (cioè delle arti marziali tradizionali/antiche) è quello del loro impiego in guerra (di fatto sono arti marziali intese come Jitsu).
Un esempio estremo, se si vuole, di Koryu è quello riferito a quella generica scuola che preserva inalterata la propria pratica marziale tradizionale (o antica) anche in assenza di conflitti -di fatto contesti dove venivano effettivamente testate l’efficacia delle tecniche e delle tattiche.
Ci sono poi delle Koryu che possono aver introdotto delle modificazioni alla loro pratica in relazione -diciamo così- ad una forma di aggiornamento temporale. In questo caso queste ultime potrebbero aver perso, oppure anche no, la loro appartenenza al rango di Koryu, specie agli occhi dei propri adepti e pari.





































Tutto ciò è, in ogni caso, opposto a “moderno”, Gendai budō (現代武道 -letteralmente “via marziale moderna”, termine dove compare Dō, quindi attenzione a classificare un tipo di karatedō come tradizionale …. ), che normalmente si applica alle Arti che furono fondate dopo il 1868, il cui scopo era focalizzato non più sulla guerra bensì all’auto-miglioramento (psicofisiologico e spirituale) dell’individuo che le pratica, con diversi livelli di enfasi circa le possibili applicazioni pratiche (da arte per la difesa personale a sport) quali: Judo (柔道), Kendo (剣道), Iaidō (居合道), Aikidō (合氣道), Kyūdō (弓道), Karatedō (空手道), Shorinji Kempō (少林寺拳法) -dove Pō assume la sinonimia di Dō (Pō è la lettura del carattere "HŌ", che si trova in molti termini religiosi, come per esempio "Buppō" che tradotto significa “la legge di Budda”. La parola Nin-Pō usa quindi il termine "Ho" poiché quest'arte marziale ha profondi significati religiosi. Nel Ken-Pō si combinano due parti: Arte Marziale (Bumon) e la Spiritualità -Shumon- ed è possedendo entrambi queste qualità che si arriva ad avere un corpo ed una mente armoniosamente equilibrati). Quindi Dō come perseguire una Via, concetto importantissimo nelle arti di combattimento e di confronto fisico, ma anche nella vita di ogni giorno … e “Ho/Pō” come eterna verità (nell'antico linguaggio indiano), non solo perseguire una Via ma andare oltre alla stessa via. Questo non significa che il termine in questione ricopra maggiore importanza rispetto a tutte quelle discipline che invece perseguono la Via classica –diciamo così, ma cerca solo da esse di distinguersi e andare non solo alla ricerca della Via stessa, ma anche e sopratutto di entrare in quell'eterno circolo di vita che la natura tutti i giorni ci insegna.
Ma in questo caso il 1868, può apparire troppo avanti nel tempo, in riferimento al valore intrinseco del Dō, dato che il processo di pacificazione portato e imposto dallo shogunato Tokugawa ha garantito al Giappone ed ai suoi Feudatari oltre 200 anni di pace e stabilità, sino appunto alla restaurazione Meiji. Quindi, ciò che porta al concetto filosofico di Dō (in una valenza, diciamo così, marziale) vede la luce prima dell'era Tokugawa, in quanto necessità di sopravvivenza dell’arte, dando uno spazio importante anche all’estetica, alla gestualità individuale come viatico filosofico per conseguire un miglioramento interiore.
Quindi, per quanto sin qui detto e riportato, per lo meno in Giappone, la distinzione tra Tradizionale (e/o Antico) e Moderno ha dei punti di riferimento più definiti e legati più alla loro temporalità calendariale che non alla singola e specifica arte marziale a seconda di dove la geografia dice si sia evoluta. Certo tutti gli stili di Karate giapponesi, a questo punto, sono de facto moderni ed il suffisso tradizionale, usato da alcuni, è improprio ed incongruente, anche perché tali tipologie nascono anche con finalità sportive. Sicuramente Tode/Te /Uchinadi ecc… sono tradizionali, sia che si prenda a riferimento il 1868, il 1876, o anche il periodo Edo nella sua globalità e non certo perché provenienti da Okinawa e non da un’altro distretto giapponese. Credo che questo metodo, che utilizza le date e quindi i periodi storico-politico che il Giappone ha vissuto, sia equo e significativo per distinguere il tradizionale dal moderno … ammesso che poi ciò sia così importante e determinante.
Per parte mia vedrei meglio utilizzare, in italiano, parole diverse per intendere queste due macrodistinzioni:
TRADIZIONALE: la voce italiana 'tradizione' è documentata per la prima volta nel 1598 ed è derivata per via dotta dal latino 'traditione(m)' che è a sua volta un derivato dal verbo 'tradere', il cui significato di base è 'consegnare oltre' (tra + dare). L'accezione originaria della voce è quindi 'consegna, affidamento', cioè 'trasmissione ininterrotta alla posterità di memorie storiche, dottrine, usanze, costumi, leggende passate da generazione in generazione e da epoca a epoca per via orale, senza prove certe'. In ogni caso il concetto di 'tradizione' è fondamentalmente legato alla trasmissione e consegna alle nuove generazioni di credenze o usanze che si ripropongano ininterrottamente e sulla base di una condivisione diffusa. La 'tradizione' vive soltanto se trasmessa ininterrottamente e immutabilmente attraverso canali comunitari condivisi.
Quindi si tratta di trasmettere, in maniera inalterata e non personalizzata, qualche cosa di pregresso a nuove generazioni, e questo nel karatè TUTTO, anche in quello originario di Okinawa, ciò non avviene (comprovatamente).
..per esempio sia per Antico e per Tradizionale si potrebbe pensare alla definizione di TIPICO:
'Tipico' è una parola tutt'altro che... tipica nella lingua italiana, dove col significato di "appartenente a un tipo, a una persona o a una cosa" oppure "conforme a un tipo, che ne condivide le caratteristiche" … dal greco typos 'impronta', che riprende il verbo 'typtein' che significa 'battere' e anche 'lasciare un segno, un'impronta'.
Quindi è 'tipico' ciò che riflette, riproducendolo esattamente, un certo modello che nel tempo può anche subire aggiornamenti marginali senza mai variare il suo significato genuino" il karatè antico o tradizionale appunto !!!
I Saggi Giapponesi (Sensei, ma non solo di arti Marziali), per far intuire meglio questo concetto, portano come esempio quello di far immaginare all'allievo una "montagna": il termine "Jutsu" potrebbe indicarci come si sale sulla montagna, il termine "Dō" potrebbe indicarci il "modo" migliore per raggiungere la cima di quest'ultima mentre il termine Ho/Pō potremmo identificarlo come una nuvola che fluttua in cielo sopra la montagna, che scende su di essa sotto forma di pioggia, che scorre attraverso essa fino a divenire da prima ruscello, poi fiume fino ad arrivare in mare e da qui ancora nuvola pronta a ricominciare questo eterno ciclo di vita.
Il carattere cinese usato per "Ho" è composto da due radici, la prima "Sanzui" significa "acqua", la seconda "Saru" significa "andare avanti", se uniamo i due termini otterremo "andare avanti nell'acqua" e se ad esso pensiamo come l'eterno ciclo ora esposto come esempio, ecco che tutto ci torna più chiaro. Vi è però da dire che il termine “Ho” -nonostante sia scritto con il radicale di acqua ed il carattere di avanzare- non ne prende il significato letterale ma è un'evoluzione ideogrammatica cinese sul termine sanscrito di “ruota” utilizzato per descrivere la legge “dharmica” introdotta dal Buddhismo; così come il carattere “Dō, nonostante sia partito dal concetto taoista, è finito -in Giappone- per rappresentare la ricerca interiore verso l'illuminazione (nel concetto Buddhista del termine).
“Bumon” e “Shumon”… il vangelo marziale si unisce indissolubilmente a quello religioso. Vivere una vita come un praticante ("-Ka") vuol dire desiderare niente, apparire niente, essere niente. Questo è il punto più sicuro: diventare uno “zero”; come l’“en”, il cerchio. Ma due cerchi, uno affianco all'arto, significano anche infinito… ecco che dallo zero nasce ogni cosa...

M° Riccardo Donati
 
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